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Giovanni Castaldi - miodottore.it

Ansia e angoscia

Rimozione, desiderio e domanda dell'altro

Caravaggio - autoritratto

L'ansia è una condizione fisiologica e psicologica, in sé non patologica se non altera in maniera eccessiva una condizione di equilibrio psicofisico della persona, perché una “buona tensione” può essere utile per realizzare dei propositi mentre l'angoscia è uno stato psichico di grave malessere che può essere un'espressione nevrotica e psicotica dell'ansia. In generale in Psicopatologia quando si parla di ansia si pensa a un fenomeno che altera l'equilibrio psicofisico producendo un'eccessiva emotività che limita la persona nel suo vivere quotidiano.

L'ansia per Freud è una manifestazione sintomatica di un conflitto nevrotico o un segnale adattivo per allontanare la consapevolezza di un conflitto nevrotico. In sostanza l'ansia è un affetto dell'io. L'io controlla l'accesso alla coscienza e tutto ciò che causa dolore nel venire assunto nella coscienza viene rimosso dall'io stesso.

La rimozione è un processo, un meccanismo di difesa che ci cautela e ci difende dal dolore che sentiremo se la coscienza assumesse consapevolmente tutta la sofferenza che un evento negativo vissuto nelle nostre relazioni quotidiane ci procurerebbe. Facciamo un esempio. Se noi abbiamo ricevuto un'educazione troppo esigente rispetto ai nostri diversi tempi evolutivi per cui non eravamo pronti a rispondere adeguatamente ai compiti che ci venivano richiesti, andremo probabilmente incontro a delle vicissitudini relazionali, saremo ripresi dai nostri genitori e insegnanti in modo talvolta brusco o spazientito, o anche in maniera dura e fredda. Tutto ciò può comportare per noi un'offesa, parlo di offesa nel senso etimologico, qualcosa che taglia, fende, separa violentemente, o può provocare addirittura un vacillamento o una lieve o grave destabilizzazione del nostro stato psichico.

Questi episodi o altri simili di diverso contenuto, per esempio un rifiuto d'amore o una sconfitta in una competizione a cui noi teniamo, che cosa scriveranno nella memoria della nostra organizzazione psichica? Come li ricorderemo, saranno sempre presenti e consapevoli nella nostra coscienza o subiranno il corso del tempo per cui verranno dimenticati? La possibile risposta dipende dall'intensità affettiva e dolorosa degli episodi. Verranno dimenticati se il dolore percepito dall'episodio sarà lieve ma se la sofferenza percepita sarà forte i ricordi verranno sottoposti a rimozione. Un tasso più o meno alto di rimozione comporta un tasso più o meno grave di nevrosi.

Rimozione significa che l'affetto doloroso indotto dall'episodio subito viene separato dal contenuto manifesto dell'episodio stesso. L'affetto viene separato perché fa' male psichicamente. Ma dove va tale energia affettiva, dove defluisce? Dov'è andata a finire l'ansia che ho provato quando mia madre non tornava a una data ora e io l'aspettavo alla finestra e pensavo alle cose più terribili? Dov'è defluito quell'affetto ansiogeno? Ha invaso il mio corpo psichico e quello biologico e in seguito ha assunto una forma sintomatica che rappresenta nella sua trasformazione e mascheramento l'affetto rimosso.

A seconda delle operazioni difensive e delle manifestazioni sintomatiche la nevrosi che ne consegue può assumere la forma di un pensiero ossessivo, un rituale compulsivo, una paralisi isterica o una fobia. Faccio riferimento nella trattazione seguente a quel che scrive Glen Gabbard nel suo trattato di Psichiatria Psicodinamica con cui condivido pienamente il suo pensiero. Egli afferma che la nosografia psichiatrica nel DSM, manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, si sforza deliberatamente di essere ateoretica riguardo alle formazioni sintomatiche che invece vengono interpretate nel modello psicodinamico.

Il DSM costituisce delle categorie che si adattano bene alle recenti ricerche biologiche sui differenti tipi di ansia ma che inducono anche a leggere il disturbo d'ansia come una malattia e non piuttosto come un sintomo sovradeterminato di un conflitto inconscio. E' evidente che ci sono organismi biologici, uomini o donne, che hanno una certa predisposizione ai fenomeni ansiogeni, la nostra mappa genetica ci rende uguali e diversi gli uni dagli altri e la nostra “caratterialità” comporta una maggiore o minore sensibilità agli eventi della vita. La parte biologica è importante ma allo stesso modo è importante tenere conto che in una patologia ansiogena ci sono o ci sono stati dei dispositivi “stressanti”, famiglia, scuola, etc, etc, con cui l'individuo è venuto in contatto, diciamo meglio che ha convissuto. Mi pare del tutto evidente che in una famiglia dove l'ansia del padre o della madre supera i livelli di un normale buon senso emotivo ed eccede la saggezza di una messa in guardia riguardo ai pericoli del mondo i figli difficilmente saranno equilibrati e distaccati emotivamente. Non saranno uguali ai genitori ma è facile che abbiano delle componenti emotive simili.

Pablo Picasso and Francoise Gilot : Portrait by Robert Capa, 1948 Pablo Picasso and Francoise Gilot : Portrait by Robert Capa, 1948Pablo Picasso - Maternità (1905)I casi d'ansia che ho curato in psicoterapia, alle volte anche accompagnati da attacchi di panico, avevano sempre un'eredità biologica e culturale patologica che era stata trasmessa inconsapevolmente dai genitori ai figli nel corso della loro vita affettiva ed educativa. La maggior parte di questi pazienti avevano sofferto da sempre di ansia, i loro primi anni di vita erano costellati dall'ansia che respiravano e percepivano nell'ambiente circostante per modalità educative e affettive o per situazioni familiari indecise, fragili, non sicure. I bambini hanno bisogno di stabilità comportamentale e di sicurezze, anzi di certezze, hanno bisogno che il padre e la madre si vogliano bene e facciano sentire il loro amore e la loro unione che per un bimbo piccolo è indissolubile ed eterna. La flessibilità e la relatività dei pensieri e delle cose che rendono poi un uomo o una donna più interessanti e simpatici rispetto a generi umani fissi e statuari sono acquisizioni evolutive che affiorano nel corso degli anni, riguardano una maturità di coscienza e di identità che non si ha nella prima infanzia. La costruzione di ciò che noi indichiamo come “io” avviene tra mille difficoltà che possono diventare insormontabili se accompagnate da situazioni poco stabili sul piano del riconoscimento e della sicurezza affettiva. Freud per esempio parla di una gerarchia evolutiva dell'ansia partendo dal trauma della nascita. La nascita è da considerarsi nell'ordine del trauma. Nascere comporta una trasformazione e un passaggio radicali da uno status vivendi che è protetto e silenzioso alla vita colorata e rumorosa di un mondo radicalmente altro rispetto a quello da cui si è venuti e dove la protezione diventa il corpo della madre o di chi ne fa le veci. In seguito bisogna muoversi e separarsi dal corpo della madre. Ogni atto evolutivo nel periodo iniziale della nostra vita è un atto separativo. I passaggi da un mondo fusionale infantile a un mondo distinto, più autonomo e indipendente, avvengono attraverso rotture, separazioni, differenziazioni, più o meno violente. L'ansia super egoica o l'angoscia di castrazione che si registrano nel bambino/a sono relativi ai comportamenti vissuti come inadeguati dal bimbo per via della richiesta di prestazione troppo alta da parte dell'adulto. Ricordo un paziente che mi raccontava che cosa gli diceva la madre, donna pia e religiosa, quando non si comportava bene. Gesù è buono e tu devi essere come lui. Gli avevano dato come ideale Gesù. Fantastico, ottima scelta, perché no? Però bisognava vedere come glielo avevano trasmesso il nostro Gesù ideale, come glielo hanno detto che Gesù doveva essere il suo ideale nella vita. Glielo hanno detto dolcemente o violentemente, in maniera appassionata o formale? Per farla breve tale ideale che in sé va benissimo è diventato per il mio paziente qualcosa di persecutorio, qualcosa con cui lui si confrontava e che provocava frustrazione e impotenza perché il valore ideale era troppo alto.

Le forme più primitive d'angoscia riguardano la paura di perdere l'amore di un genitore e anche di perdere l'oggetto stesso dell'amore, l'angoscia di separazione riguarda non volersi distaccare dal corpo della madre che è fonte per noi di amore assoluto, la separazione dal suo corpo comporta la paura di perdere il suo amore. Ancora più primitive sono l'angoscia di persecuzione e l'angoscia di disintegrazione che riguardano la paura di perdere il senso di sé, se non c'è stato un adeguato riconoscimento o rispecchiamento da parte degli adulti.

Freud, nell'ultimo paragrafo del saggio Inibizione, sintomo e angoscia, distingue tra angoscia, dolore e lutto. L'angoscia, afferma Freud, si verifica come reazione al pericolo della perdita dell'oggetto ma anche nel lutto abbiamo una perdita dell'oggetto. Quando, si domanda Freud, abbiamo il lutto e quando l'angoscia in conseguenza alla perdita dell'oggetto? Quando la separazione dall'oggetto genera angoscia, quando lutto e quando soltanto dolore?

Il dolore è la reazione propria alla perdita dell'oggetto e l'angoscia è la reazione al pericolo della perdita dell'oggetto in quanto tale. Percepiamo che l'oggetto se ne sta andando, può essere perduto, siamo in pericolo di perderlo e quindi sopraggiunge l'angoscia.

Ma che cosa abbiamo paura di perdere? Che cosa perdiamo in definitiva?

In questa angoscia primitiva, come dicevo prima, perdiamo la sensazione e la percezione che chi si occupa di noi, generalmente la madre - ma può essere chiunque si occupi amorevolmente di noi - non sia più sempre al suo posto, pronta e ferma ad accoglierci. La madre va e viene, la madre e il padre sono Altri che si muovono, partono e ritornano quasi sempre. La vita mette in circolazione i nostri corpi con le nostre teste insieme ai nostri desideri in una dinamica che rompe una certa fissità ancestrale. Più diventiamo grandi, più ci muoviamo, almeno così sembrerebbe. Gli altri intorno a noi si muovono e tale movimento comporta spostamento, smottamenti, riequilibri. Tale fenomeno comporta perdita, perdiamo delle sicurezze che erano però frutto di una staticità dovuta alla quasi totale dipendenza da una altro corpo adulto (madre/padre) e dalle loro personalità. Eravamo come delle protesi delle loro persone per cui ci sentivamo sicuri e garantiti. Ma il processo evolutivo biologico e psichico incalza su di noi facendoci andare verso la liberalizzazione da tutti i nostri Altri presenti nella vita, dobbiamo liberarcene e al contempo collaborare con loro. Al principio avevamo bisogno, vivevamo soltanto nei bisogni a cui l'Altro che si occupava di noi rispondeva. A seconda dello stile della risposta che ci è stata data abbiamo costruito la nostra domanda.

klossowskiBalthus, La camera, 1947-1948Il nostro desiderio che si esplicita inizialmente in una domanda alla madre, poi al padre e in seguito al mondo, è costruito in rapporto a come in principio ci hanno risposto.

Se la risposta iniziale al nostro bisogno è stata ansiosa o passionale, oppure regolare o anaffettiva, o altro ancora, ci sarà per ogni diversa risposta che abbiamo ricevuto una conseguenza, o più conseguenze, sul piano della nostra personalità.

Il nostro desiderio è costruito su come la domanda dell'Altro si è configurata in noi.

La risposta della madre al figlio/a è anche la domanda della madre al figlio/a. Risposta e domanda coincidono. Se la madre ha una risposta incessante sul figlio/a è perché la sua domanda all'Altro in questo caso il figlio/a è altrettanto incessante. Lei stessa ha costruito la sua domanda su come un Altro, sua madre e poi suo padre, nella sua vita gli avrà richiesto delle cose. Le generazioni umane sono concatenate non solo da un punto di vista genetico ma anche da uno psichico. Il lavoro che ci attende nella vita è quello di riconoscere le nostre affinità e eredità biologiche e culturali nell'ambito delle nostre famiglie originarie per poterne alle volte separarcene o facendole funzionare al meglio senza subirle.

Mi diceva una persona qualche tempo fa'. Sono angosciato, la passione per il mio lavoro è diminuita, mi sento vuoto, ho paura. Devo riempire il vuoto che sento dentro e che mi sento addosso. Bevo, prendo sonniferi per dormire, scopo con donne, c'è solo una donna che mi interessa ma fa' i capricci, viene e poi se ne va, mi sento solo nella mia casa. Tutta la mia vita è continuamente vissuta per coprire il vuoto che sento di avere dentro di me. Sono cresciuto attraverso due dimensioni di desiderio che mia madre e mio padre veicolavano. Da una parte mia madre mi faceva sentire un desiderio nei miei confronti senza condizioni, era un desiderio assoluto che mi proteggeva ma al contempo senza che lo sapessi ancora mi costruiva, mi abituava a una dipendenza dal desiderio assoluto da parte di un altro che oggi razionalmente capisco che non funziona ma inconsciamente non ancora. E' esattamente come quando in una tossicodipendenza l'organo desidera la sostanza, qui l'organo è il mio fantasma che vuole essere sfamato da qualcuno che si mette nella stessa posizione in cui agiva mia madre. Dall'altra parte c'era mio padre che per togliermi dalle grinfie di mia madre mi stimolava, mi diceva che ero un coglione perché avevo paura di fare a botte con i miei coetanei oppure perché in montagna non correvo giù dai dirupi, etc, etc. Mio padre era un poco maldestro a dirmi queste cose però voleva strattonarmi, in fondo svegliarmi dal torpore ipnotico in cui il desiderio senza condizioni di mia madre mi aveva precipitato. Avevo paura di mio padre perché aveva un desiderio forte nei miei confronti che però sentivo condizionato riguardo al mio comportamento, se non funzionavo mi avrebbe buttato giù dalla torre. Sono cresciuto quindi tra questi due sistemi relazionali, uno pieno, la madre, e l'altro in cui sentivo tanto vuoto, il padre. Il mio lavoro ha funzionato finché ha prodotto una proiezione ideale di me, lo sfigato attaccato alla mamma pieno di godimento materno realizzava delle cose importanti, guadagnava soldi, era famoso nel suo giro lavorativo! Avevo girato la faccia della medaglia, dalla pura perdita in cui mi trovavo alla pura pienezza di ciò che ero diventato, prima rappresentavo la pura perdita e dopo ho rappresentato con il mio funzionamento un tantino maniacale quello che andava a colmare la perdita altrui, coprivo la mancanza degli altri. Tutto ciò per un po' ha dato i suoi frutti perché in questa idealizzazione un po' infantile di me che mi faceva godere come non mai, mi prendevo le mie rivincite sul mondo che mi aveva sbeffeggiato. Però ora la faccenda non dura più, non godo più in questo gioco e quindi il vuoto mi assale perché sono abituato a vivere solo in un rapporto di pienezza. Vivo nell'angoscia.

Mi sembra un caso esemplare per comprendere come una domanda continua di presenza, la madre nei suoi confronti, costituisca l'impossibilità di potere desiderare attraverso qualcosa che ci manca.

Il desiderio di quest'uomo si è perduto perché l'ideale non funziona più, è consumato. Il desiderio se funziona attraverso l'ideale prima o poi si sgonfia mentre se funziona perché include la perdita stessa che causa il nostro desiderio non smetterà mai di funzionare. Paradossalmente un desiderio che funziona non è causato dall'ideale ma dal vuoto che emerge quando l'ideale non c'è più. Ideale è preso qui nella sua dimensione immaginaria. Con l'immaginario non andiamo da nessuna parte, dobbiamo perdere l'immaginario e sentirne un po' la perdita per iniziare a desiderare costituzionalmente.

Dott. Giovanni Castaldi

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