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2011/2012 Annalisa

Elaborati prodotti durante il corso di Metodi e Tecniche dell'Arteterapia, tenutosi presso l'Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino, anno accademico 2011/2012.

Autrice:

Annalisa

 

“L'ALTRO”

Una linea per terra.( In realtà mi sarebbe piaciuto più una rete di fili trasparenti).
Due persone, una di fronte all’altra. In mezzo la linea. Le persone si guardano e poi cercano di andare ognuno nello spazio dell’altro, cercando di superare la linea. Dopo questa sorta di balletto, cercando di conquistare l’uno lo spazio dell’altro, la posizione cambia. E le due persone che prima si guardavano negli occhi, si girano di lato e guardano davanti a sé. Iniziano a camminare quindi l’uno accanto all’altro. Dandosi la mano se vogliono, ma senza superare mai la riga. Ognuno guarda la strada che ha davanti.
Titolo: Camminiamo soli, insieme.

 

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 “SESSUALITA'”

Questo tema mi ha proprio messo in crisi. Non sapevo assolutamente cosa fare. La sessualità, ho pensato. Che cos’è innanzi tutto la sessualità? Ho cercato cosa volesse dire. Mi ha chiarito un po’ le idee, ma neanche tanto. Non riuscivo a visualizzarla in un lavoro, concreto.
Poi mi è venuto in mente un disegno che avevo fatto col mio ragazzo. L’ho ripreso perché mi faceva stare bene. Era semplice, ma bello secondo me. Non ne ho parlato durante il laboratorio, perché non ne ho avuto l’occasione.
Si tratta di una sorta di ritratto che ci siamo fatti a vicenda, prima io e poi lui, sullo stesso foglio. Abbiamo utilizzato solo un pennarello nero. Si trattava di una sorta di gioco. Dovevamo disegnarci ma senza guardare il foglio, dovevamo solo guardarci a vicenda e poi col pennarello tracciare le linee che secondo noi formavano i nostri lineamenti, le nostre curve. Il risultato è di un disegno molto “picassiano” e semplificato, ma dove ci sono delle forme riconoscibili e vive. Questo disegno mi muove qualcosa. Perché è qualcosa di incerto per certi versi, ma delicato e limpido in altri. È istintivo. Forse come la mia sessualità.

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“VIOLENZA”

Questo lavoro mentre lo stavo facendo mi è uscito a raffica. Si tratta di un testo scritto. Dove racconto di emozioni provate nei riguardi di una persona a cui tenevo molto e che oggi non vedo più. Con questa persona capitava spesso di arrivare a degli scontri, infatti, c’erano delle volte che non ci parlavamo per interi mesi, ma poi pensando che l’amicizia che ci legava fosse più grande, ci ricongiungevamo per poi finire a litigare nuovamente dopo poco tempo. Ho deciso di raccontare questo episodio della mia vita, prima di tutto perché è capitato direttamente sulla mia persona, poi perché si tratta di una ferita abbastanza recente e che mi ha scottata. Abbiamo parlato di diversi tipi di violenza durante il laboratorio, di quella fisica, di quella psicologica. Ci sono state varie rappresentazioni di violenza da parte dei compagni. Alcune più concettuali, altre in stretta relazione con delle esperienze vissute, comunque tutte in diversi modi mi hanno toccata. Forse questo argomento mi ha toccata fortemente. Perché mi è capitato spesso di vivere come delle violenze certe azioni, certe parole o certi atteggiamenti, che quando ero più piccola hanno un po’ scosso la mia sensibilità. Forse per il carattere che ho. Perché tendo a sopportare. Tendo a resistere fino al momento in cui non ce la faccio più, in cui non accade niente di violento fuori, ma implodo. Questo forte stress che provo mi causa pianto e malesseri fisici. Non tendo mai ad attaccare. Cerco sempre di evitare le discussioni.
Spiego il mio punto di vista, leggendo questo semplice testo scritto:
RICATTI MORALI
io stavo lì. L’ascoltavo. Ma quando iniziava a parlare lo faceva in modo ossessivo. Iniziava a soffermarsi soprattutto sulle cose che non andavano. Spesso si impuntava. E non riusciva mai a trovare una via d’uscita. Nei suoi occhi la disperazione. Io tentavo di aiutarla. Mi fissava con i suoi sguardi profondi, che sembravano volere qualcosa di più da me. Riusciva sempre a farmi sentire in colpa. Io sempre apparentemente calma. Mi veniva un’agitazione che partiva dall’interno, a volte ancora prima che succedesse qualcosa. Non so come spiegarmelo, ma il mio organismo lo percepiva. Percepiva la pesantezza nell’aria, nelle parole che venivano pronunciate dalla sua bocca che diventavano sempre più aspre, sempre più dure, sempre più intimidatorie. Qualsiasi cosa dicessi non andava bene, mai, oppure veniva ritorta contro di me. La tensione nel corpo e nella stanza mi impedivano di difendermi. Bloccavano il mio flusso di pensieri. Non era una bella sensazione. Qualsiasi cosa facessi non era mai abbastanza. Il suo corpo sprigionava vibrazioni negative, le sue parole pungenti erano piene di rancore. La sua voce piano piano cominciava ad alzarsi e iniziava ad avere degli atteggiamenti minacciosi. Nei suoi occhi solo la rabbia.
Questo testo era accompagnato da una cornice rosa a fiori colorati, vuota.
È brutta quella sensazione di inutilità. In più se quella sensazione te la fa provare una persona a te cara ti fa stare ancora più male. Quando tutto ciò che dici e tutto ciò che fai non è mai abbastanza. Quando ti fidi di quella persona. Ci tieni a quella persona. La rispetti e le vuoi bene. Ma niente di ciò che sei può essere utile in un momento di crisi. I tuoi sforzi sono vani. E le parole di disprezzo pugnalate.
Quando ho iniziato a leggere il testo, durante il corso, ero carica di un’agitazione che mi aveva fatto irrigidire. Mi sentivo un po’ nervosa al solo ricordo. Ma alla fine è stata come una sorta di confessione. Una liberazione. Non avevo mai raccontato a nessuno così, quei sentimenti che avevo provato, e che mi avevano fatto provare. E forse anche perché nella mia vita è capitato con più di una persona.

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